Inserito da: whyzanzibar | Maggio 21, 2009

Ecco la mia esperienza con WHY

Clara, volontaria per WHY lo scorso mese di ottobre, racconta la sua esperienza.

L’Africa, e qui rubo la definizione ad un noto  scrittore,  è un continente troppo grande per poterlo descrivere con poche parole. E’ in breve  un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo di sfumature. E’ solo per semplificare  che lo si chiama Africa.
Fra le tante organizzazioni di volontariato che lavorano  laggiù, la mia scelta è caduta su WHY (onlus), condividevo in pieno le tre lettere/parola che compongono il suo logo: mondo – casa – bambino/giovane :  world-home-youth, nonché i loro obiettivi: migliorare la condizione dell’educazione e le conoscenze sanitarie.  Si parla quindi di scolarizzazione a tutti i livelli, sia di asilo, sia di recupero di studenti che abbandonano la scuola,sia di formazione professionale degli insegnanti, nonchè  di  fornire  alle donne  semplici,basilari  conoscenze sanitarie e di igiene e pulizia della persona e dell’ambiente di vita e di lavoro.
Ho vissuto la mia esperienza a Jambiani, un paese di pescatori, nella parte più a sud dell’isola di Zanzibar, isola meravigliosa, stà sulla carta geografica di fronte alla Tanzania, molto conosciuta dagli italiani,specialmente come meta di vacanze esotiche. Qui vive la famiglia italiana,Nicolò e Manuela con i bambini Noah e Naemi,che coopera  , da una parte con  il locale  ministero dell’istruzione  e dall’altro in maniera diretta con i giovani residenti  per promuovere, incentivare,migliorare la loro crescita personale.
In luoghi come questo i verbi: lavare, lavarsi, mangiare, assumono dei connotati ben  diversi dai nostri, e forse proprio in questo  si può ritrovare il profondo rispetto della misura e del tempo che essi richiedono.  Il  semplice gesto meccanico del nostro bere il caffè al mattino, qui, passa prima  necessariamente nell’ essere andati a recuperare la legna, portarla a spalla da lunghe distanze,  fare il fuoco, e quindi cucinare.
A Zanzibar  ho imparato che si può fare la doccia con un catino d’acqua e sentirsi comunque puliti, (quando l’acqua la devi andare a prendere a piedi al pozzo meno lontano), ho imparato che il piacere di indossare qualcosa di pulito è infinitamente più grande di quello che si prova da noi quando si apre un armadio pieno di vestiti ,( quando non si ha un armadio né si hanno troppi vestiti, né troppa acqua da sprecare per lavarli).
E i bambini? Bambini che imparano e sanno tantissime cose, la maggior parte tramandate a mente, per la mancanza di fogli e matite per scrivere, bambini i cui compiti a casa sono quelli di …dover aiutare nei lavori di casa, bambini che una volta adulti non avranno a disposizione altro che la loro mente per ricordare come erano da piccoli, cosa hanno imparato, come era la loro madre da giovane, che viso aveva il nonno ecc-
Niente album di foto, niente teche stipate di disegni infantili, niente quaderni pieni di compiti in bella scrittura. a ricordare tutto questo. Ma la vivacità d’intelletto e la serenità nei sorrisi che gratuitamente ti donano, fanno di loro dei bambini fantastici, meravigliosi,sinceri nell’ animo e trasparenti.
Non  riuscire a dare loro un’opportunità di studio sarebbe veramente un furto, un furto immorale e imperdonabile.
Perchè  io credo che ogni bambino , in ogni parte del mondo in cui viva, indipendentemente da qualsiasi carta costituzionale che  lo sancisca, ha diritto a vivere la sua infanzia da bambino, ha diritto ad  andare a scuola, ha diritto ad esprimere le sue potenzialità per diventare un’adulto responsabile e consapevole di quanto a sua volta potrà fare per migliorare il mondo che lo circonda, e che non sia costretto ad andare via dal suo paese per vivere la sua vita, orfano delle sue tradizioni dei suoi affetti e del suo passato ed artefice del suo futuro.
I modelli di gestione locale di volontariato possono quindi essere una risposta ai problemi reali  , formando, educando  e avvicinando le decisioni e le difficoltà della gente. E’ fondamentale che loro stessi   PARTECIPINO, DECIDANO E CONTROLLINO IL LORO MONDO E IL LORO VIVERE.
Può essere questo   un modo semplice per  gettare le basi culturali per l’appunto  di uno sviluppo EQUO E SOLIDALE, fra il nord e il sud del mondo.
In luoghi come l’Africa dove : il ritmo è rallentato , non conosce fretta, ed è  a volte persino…rassegnato…(”tanto nella vita  non si può mai avere tutto…”).,  il valore del volontariato è perciò quasi un..VALORE AGGIUNTO per così dire, un valore di presenza, di collaborazione, di incitazione, di speranza. Con l’ obiettivo primario  di  insegnare loro a capire quali sono le proprie esigenze e come affrontarle,
E’ vero valore umano, maggiore a volte persino del valore materiale,anche per lo stesso volontario, che fa sì che quando si ritorna a casa, dopo aver condiviso con queste persone , anche per poco tempo, il loro modo di vivere,  ti viene spontaneo ridimensionare il TUO modo di vivere, renderlo nei limiti del possibile , (dentro il nostro abitare questa società opulenta), più SOBRIO,PIU’ ESSENZIALE con un’attenzione maggiore ad evitare gli sprechi di tutto : d’acqua, di cibo, di carta, di…tempo
Si ritorna con un occhio più attento e motivato ai propri reali  bisogni e a quelli  degli altri, che per contro ti aiuterà ad essere sicuramente più contento, soddisfatto e sereno del luogo dove vivi e di quello che hai, di ciò che è giusto avere e di ciò che è ingiusto sprecare.
E tutto questo,infinitamente di più di quello , che…( pensando all’Africa), hanno milioni di africani.
Auguro dunque a tutti voi UN CUORE CON LE ALI ,che voli ovunque stanno altri esseri umani  che soffrono per la nostra insaziabilità.

Buon volontariato a tutti!!!!

Clara

Inserito da: whyzanzibar | Aprile 27, 2009

Erika, dicembre 2008 – marzo 2009

A dicembre sono tornata a Jambiani, dopo il campo di lavoro dell’estate scorsa e questa volta per rimanere un po’ più a lungo, un viaggio che racconto con gli occhi e il cuore, un cammino importante, fatto di cose, pensieri, emozioni .. e tanti colori. Bambini che urlano, che corrono, che ridono, che gridano il mio nome, veloci a prendere la borsa di paglia formato famiglia che mi ha accompagnato ogni giorno, che accennano parole di una canzone cantata insieme, e loro, le insegnanti,solari, accoglienti, disponibili… sono nell’asilo di Unguja Ukuu. Un’alchimia sincera, con poche parole di swahili … piccole attese, sguardi e sorrisi, in poco tempo hanno costruito un rapporto di fiducia reciproca, che mi ha permesso di vivere con loro mattine indimenticabili. Le insegnanti, colleghe speciali, con tanta voglia di fare, di imparare ,curiose a volte più dei bambini stessi, hanno letto storie sedute alla loro scrivania con i più grandi o in cerchio per terra con i più piccoli. Poi, insieme, con le pagine dei libri tra le mani abbiamo coinvolto i bambini nella narrazione, creando momenti tranquilli, di gioco e di ascolto. E con queste figure, così belle e attraenti, quante cose abbiamo fatto…, ricordato nomi, riconosciuto e imparato i colori, colorato cartelloni da appendere, allestito le classi con i lavoretti dei bambini …e guardare gli occhi di chi una cosa come quella non l’ aveva mai vista … sfogliando quelle pagine, ascoltando quelle storie… e la curiosità dei bambini nello sbirciare in quella borsa di paglia…. Unguja Ukuu è immersa in un verde luminoso, con alberi di mango alti e imponenti, un villaggio da scoprire a venti minuti da casa, da Jambiani, dove per tornare alla chiusura dell’asilo, a volte anche dopo una lezione di italiano, per le insegnanti, e un khai profumato e bollente, una di loro mi accompagnava alla fermata del dala dala. Non c’era un’orario preciso per il suo arrivo, bastava sedersi e aspettare insieme, tra chiacchere, saluti e sguardi curiosi, prima o poi arrivava,veloce, sempre stipato di gente… uomini, ragazzi , donne, che coprivano scrupolosamente con i kanga i loro bambini per proteggerli dal vento che faceva da padrone, secchi di pesce e cesti di banane… ma un posto, anche se stretto, c’era per tutti. Anche negli asili di Mwendawima, Kibuteni e Kikadini ho incontrato insegnanti collaborativi, ben organizzati tra loro e molto accoglienti. Insieme a loro ho frequentato un corso di formazione, ed è anche grazie a questo che più volte ho riflettuto sull’importanza di dare contenuti e strumenti, spunti di insegnamento a queste persone che una vera preparazione professionale non l’hanno ricevuta per vivere e stare con i bambini e per pensare che un giorno possano camminare da soli. … Gli occhi delle persone che ho incontrato, i sorrisi che ho fatto e ricevuto,i momenti belli e quelli più difficili, tutti i bambini con cui ho giocato o semplicemente osservato, mi hanno regalato una felicità che non si compra, una ricchezza che si è fatta spazio nel mio cuore, che non si dimentica e c’è. …. E un grazie speciale a quella famiglia allargata che vive là e che senza di loro tutto questo non ci sarebbe.

Erika, volontaria WHY

insegnanti

Inserito da: whyzanzibar | Dicembre 9, 2008

Isola di UZI

Il pulmino prosegue lentamente su una strada  sempre più dissestata e si inoltra tra le Mangrovie. Questa è l’unica via possibile per raggiungere  Uzi  in macchina e solo con  la bassa marea.
Sui lati della strada le  bellissime verdi  mangrovie con le loro lunghe radici dalle forme stravaganti. Queste piante che  crescono in acqua salata ed a seconda della bassa o alta marea mantengono le loro radici sotto o fuori dall’acqua del mare formando così la tipica caratteristica  delle Mangrovie.
Il pulmino ha difficoltà nel proseguire, si ferma, non riesce più ad andare avanti sotto il nostro peso e così scendiamo e facciamo una parte della strada a piedi. Forse è meglio così, ne approfittiamo per fare delle bellissime foto  e vedere da vicino come si riproducono lasciando cadere il seme nel fango, che solo se rimane diritto in piedi formerà una nuova pianta.
Più avanti risaliamo sul pulmino per l’ultimo pezzo di strada fino alla scuola.
Ad attenderci, con mia grande sorpresa, un piazzale pieno di giovani,  circa 700, che ci accolgono con canzoni,  balli e suoni fatti con materiale improvvisato.  Bello vedere tutti quei colori, quell’allegria, quei sorrisi, quell’entusiasmo, quell’accoglienza che mi fa sentire un nodo alla gola. Voglio togliermi gli occhiali da sole, ma me li rimetto subito perché sento le lacrime che mi escono dagli occhi. Sono una vecchia romantica che si emoziona facilmente.  Dopo alcuni minuti riesco a controllarmi e così mi tolgo  gli occhiali per  avere un  contatto più diretto con tutti quei  bei giovani. Passo così un po’ di tempo fra loro, sono libera di andare dove voglio fino al ritorno della delegazione della PAT venuta a parlare con i rappresentanti locali ed a vedere il risultato del progetto finanziato proprio dalla stessa Provincia  Autonoma di Trento.
Giro per il grande parco che attornia la scuola, mi avvicino alle tante mamme  venute ad accoglierci con i loro vestiti più belli e coloratissimi. Mamme con i  piccoli in braccio e che ti fan capire esser contente di farsi fotografare. Cerco di comunicare con loro, ma è difficile, la lingua non mi aiuta. Ci soffermiamo a qualche sorriso e qualche saluto. Jambo, jambo, habari…nzuri!! Asante sana!
Cammino fra tutta questa gente, anche gli uomini si vogliono far fotografare ma si mettono in posa, tutti seri. Con loro riesco a parlare un po’ in inglese. Uno si avvicina e mi dice che la comunità ha  bisogno di un asilo e mi fa vedere il terreno dove lo hanno pensato. Cerco di fargli capire che non sono io quella che finanzia i progetti o può decidere in merito. Lo avrà capito? Non lo so, perché continuava ad insistere.
Ora tutti i rappresentanti sono presenti,  sotto un enorme Mango,  attorniati dai bambini e loro madri.  All’ombra del Mango vengono offerti dei doni alle rappresentanti della PAT e fatta una rappresentazione teatrale. Deve essere carina,  tutti ridono, ma io purtroppo non capisco niente e sono troppo lontana da chi sta traducendo e così batto le mani quando tutti le battono, senza sapere il perché. L’espressione delle attrici, quelle si le ho notate ed apprezzate.
Dopo  la parola di ringraziamento in buon inglese del direttore della scuola  nei confronti della PAT si va tutti in un’altra classe a mangiare il “PILAU”, naturalmente con le mani….come si usa qui a Zanzibar. Mi piace questo modo di condividere il pranzo. Il Pilau è per occasioni speciali e la persona più anziana in quel momento è quella che comincia per prima a mangiare.
E’ giunta l’ora di ritornare, ma  non possiamo tornare in macchina, l’acqua è alta. Dobbiamo tornare in barca.  Piano piano ci incamminiamo verso il porto.  Durante questo percorso passiamo per il villaggio, la gente  saluta cordialmente, i bambini ti chiamano e gridano, jambo, jambo…. Un gruppo di donne siede  sotto un grande albero e ci salutano, sono serene, ridono, i bambini giocano attorno a loro. Che serenità, che tranquillità, che meraviglia!!! Non conoscono certo lo stress.
Anche la natura mi sorprende. Alberi di una grandezza incredibile e di  un verde intenso. Manghi, banani, ma anche  i famosi Baobab.  Bellissimi.
Ecco che a forza di fare foto ho perso di vista chi mi precedeva. I bambini vedono la mia incertezza e subito mi indicano  da che parte andare. Raggiungo il gruppo quando siamo già sulla spiaggia per prendere la barca e ritornare al nostro pulmino. Bisogna affrettarsi, l’acqua sta calando. Non ce l’abbiamo fatta, l’acqua è calata troppo in fretta??? O siamo noi che ce l’abbiamo presa all’africana? Con calma per non perderci niente del villaggio? L’acqua è troppo bassa, in barca non si può più proseguire, poco prima di entrare nelle mangrovie proseguiamo a piedi camminando tra melma e radici. Si sente di tutto e di più fra le dita dei piedi.  Forse è meglio non sapere cosa ci sia sott’acqua. Ci  assicurano però che non ci sono animali pericolosi. Crediamoci.
Una bella giornata,  interessante  emozionante,  in  questa bella UZI  ancor autentica.
Franca
22 novembre 2008

Inserito da: whyzanzibar | Dicembre 2, 2008

la mia Africa..

Lunedi’ 10 novembre 2008, finalmente si parte!
Grazie a Why, una associazione che opera nel campo del volontariato internazionale, e che offre la possibilità di campi di lavoro all’estero della durata di tre settimane, posso regalarmi questa esperienza a lungo desiderata.
Le persone del gruppo in partenza, otto, hanno già avuto modo di incontrarsi e conoscersi reciprocamente in occasione dei vari incontri , anche con  i volontari appena rientrati, dei quali noi in partenza ora, abbiamo raccolto il virtuale testimone.
L’arrivo a Zanzibar è decisamente molto caloroso, sia dal punto di vista atmosferico (35°) che personale; Manuela e Niccolò  si fanno subito riscontrare come due persone veramente speciali.
La guest-house dove soggiorneremo è spartana ma confortevole, ed ha persino un piccolo giardino sul retro, che diverrà per tutto il tempo del nostro soggiorno , di volta in volta luogo di relax ,sala riunioni, osservatorio astronomico delle stelle.
La veranda sul davanti invece sarà una sede distaccata pomeridiana di bambini del paese che verranno a cantare le loro e le nostre canzoncine, e fare dei disegni che a loro gloria appenderemo alle pareti.
Jambiani offre un oceano turchese, sabbia bianca, palme che ondeggiano al vento,casette di grigia pietra corallina locale, animali da fattoria che attraversano indisturbati la strada sassosa e accidentata che attraversa tutto il paese, e illuminazione notturna stile “presepe”, magica ed irreale.
Decisamente questa non è la “mia “ Africa, l’Africa dei tanti libri letti, dei film visti,”l’ultimo re di Scozia” in testa. Ma pullula di bambini come una colonia di formiche.Tanti .Bellissimi.Trasparenti mi viene da definirli, perché ogni loro emozione traspare sincera dal viso, nei loro occhi profondi trovi domande e risposte senza bisogno quasi di parlare la loro lingua.
Bambini che mi insegneranno la gioia di vivere e condanneranno il mio spreco(in un asilo un bambino ha raccolto dai ritagli di carta da buttare, un mio foglietto di post-it che avevo buttato, lisciandolo delicatamente e di nascosto con le mani).
Mentre inizio a frequentare gli asili mi accorgo che le classi sono numerosissime, mentre le insegnanti non  sono certo in numero adeguato alla necessità, alla quale però sopperiscono con tanta passione, genuina e sincera di voler essere lì, ad insegnare loro a crescere ed imparare, nonostante i pochi, a volte pochissimi davvero, materiali a loro disposizione.
Agghindate come matrone nei loro coloratissimi kanga, le maestre troneggiano sopra i bambini, tutti rigorosamente in divisa, mentre fuori, nella cucina all’aperto, in alcuni asili si prepara il riso, sopra un fuoco di legna, da distribuire ai bambini frequentanti; per alcuni di loro un vero pasto.
I turni , sia per i lavori di casa, come per le presenze a scuola, si susseguono, mentre il caldo di novembre ti strema già dalle prime ore del mattino.
A combatterlo abbiamo tanta buonissima frutta tropicale: manghi, papaie, ananas, frutto della passione,  che per bontà non assomigliano neppure un po’ a quelli  che per solito si mettono nei cesti natalizi.Mentre faccio questo pensiero , realizzo che in Italia già incombe l’ansimare del Natale, e sono doppiamente felice di aver fatto questa scelta ed essere qui, al riparo dalla banalità.
Perchè in Africa c’è nulla o poco che sia dato per scontato, oppure che sia banale: la coniugazione dei verbi mangiare, lavare e lavarsi qui assumono davvero ben altro spessore.
Nella seconda settimana sono assegnata all’asilo di Kibuteni, che dista quaranta minuti circa da Jambiani.
Per raggiungerlo si attraversano tanti piccoli villaggi  di case con il tetto di paglia,seminascoste dagli onnipresenti alberi di banane.Una natura verdissima, i trasporti con i carri a due ruote tirate da buoi, i dala-dala, arcaici pullmini aperti per il trasporto di persone e cose , sempre stipatissimi, e…la terra rossa. Non ce la faccio a non emozionarmi: eccola la mia Africa tanto sognata,  mi sento pienamente felice, non riesco a saziarmi gli occhi !
Scatto tante foto, ma so già che le migliori saranno quelle che non avrò fatto, quelle che verranno a trovarmi quando mi troverò a pensare a questi luoghi.
Aneddoti e situazioni curiose si  accumuleranno durante tutto l’arco delle tre settimane dentro la mia mente e dentro il cuore e rimarranno lì, come un pizzico di lievito capace di far diventare immensa la nostalgia, ma anche come una medicina d’essenzialità a lento rilascio nel tempo, che sono certa influenzerà ancora di più le mie scelte di sobrietà di vita una volta rientrata in Italia.
E se è importante non sprecare né acqua, né cibo,  lo è ancora di più, imparare a non sprecare occasioni di regalare tempo, affetto e sorrisi a chi ti sta accanto;
cose che qui a Jambiani  davvero nessuno ti fa mancare. Già al secondo giorno che stavo qui, era tutto un salutare, un riconoscersi, una disponibilità al dialogo, che nella nostra società super organizzata è da tempo sparita.
Le donne di qui, ma credo di tutto il continente, sono meravigliose, testarde, e lavoratrici instancabili, riescono a fare entrare dentro una giornata , che per’altro ha 24 ore anche qui, tante  cose da fare, eppure non ti fanno sentire a disagio se qualche volta tu tenti un ipotetico dialogo in una smozzicata lingua locale o  con dei gesti: sorridono, ti prendono sul serio, le vedi che considerano il dialogo ancora una cosa importante.
Grazie a Why, a Manuela e Niccolò, a Francesco risolutore di tutti i nostri problemi occidentali,
per avermi fatto  non solo trovare l’Africa, ma per avermi aiutato ad assaporarne un pezzettino, qui a Zanzibar e
Jambooo a tutti!

Clara

volontari1

Inserito da: whyzanzibar | Settembre 24, 2008

JAMBIANI: RICORDO INDIMENTICABILE

Sì, perché il tempo vissuto a Jambiani rimarrà un ricordo che porterò sempre con me.
Ricordo il giorno del mio arrivo in questo posto così magico e affascinante..
Ricordo i girotondi sulla spiaggia e i canti dei bambini..
Ricordo i pomeriggi passati a dipingere con i miei compagni di viaggio..
Ricordo l’impegno e le risate delle lezioni di italiano..
Ricordo le passeggiate sulla spiaggia bianchissima dell’oceano dove lo sguardo si perdeva all’orizzonte e le serate passate a contemplare l’immensità del cielo stellato ..
Ricordo quanto è bastato poco per capire che Jambiani mi avrebbe regalato delle emozioni grandissime..
Ho vissuto a Jambiani per un mese e ho avuto sempre la sensazione di sentirmi come a casa.
Ho ascoltato, osservato, imparato dalla sua gente..
Ho assaporato un pezzo d’ Africa, i suoi profumi, i suoi colori..
Ho avuto il tempo per godere del silenzio e per ammirare la natura..

Sono tantissimi i ricordi e le emozioni che si sono susseguiti in ogni momento, sono qualcosa che non si può sempre raccontare o descrivere ma solo vivere.
Quello che più mi è rimasto nel cuore sono la semplicità e l’umanità della sua gente, quell’ospitalità di chi ti accoglie e ti fa sentire sempre benvenuta, quella sensazione di sentirsi sempre accettata e parte di un’ unica grande famiglia…
E poi i bambini, dai profondi occhi scuri, la loro energia e la gioia in ogni loro sorriso.. Mille parole non basterebbero per descrivere l’emozione che si prova quando un bambino si avvicina, ti prende per mano e ti sorride.
Sono bambini che non hanno “beni materiali” ma che possiedono una grande ricchezza perché conoscono l’importanza di ogni sorriso, di ogni piccola cosa.. la condivisione e il
rispetto reciproco.
Da una settimana sono tornata a casa e mi accorgo che tutto ciò che mi circonda è sempre lo stesso, io però sono cambiata, ora ho imparato a guardare il mondo con occhi un po’ diversi, con gli occhi dei bambini e della gente di Jambiani che porto nel cuore.
Un grazie speciale và a Manuela e Nicolò che tanto ammiro per l’amore che mettono in questo lavoro, per la loro paziente disponibilità e accoglienza, ai miei compagni di viaggio che hanno condiviso con me questo cammino di crescita, a Why per avermi offerto l’opportunità di mettermi in gioco e vivere un’ esperienza unica e indimenticabile!

ASANTE SANA
Grazie e Arrivederci Jambiani!

Chiara

Inserito da: whyzanzibar | Settembre 22, 2008

MZURI SANA

Jambiani ma come tutta Ungujia è nel mio cuore, continua a vivere anche qui e non è solo un ricordo. Sono felice di aver vissuto ogni momento con vero coinvolgimento e se questo viaggio è stato così importante è anche grazie a quelle straordinarie persone locali,ai bambini, a quella famiglia italiana, capace di accogliere tutti e farti sentire come a casa, e ai miei compagni di viaggio. Persone speciali, con le quali ho potuto condividere questa esperienza, piena di emozioni e riflessioni. Sono davvero tanti i momenti importanti e veramente belli che potrei raccontare, come le mattine a Kibuteni e i pomeriggi trascorsi da pittori, tra i colori a olio a dare ancora più vita a quelle pareti, lasciando così un po’ di noi, un segno del nostro ”ci siamo stati e insieme”. L’asilo di Mwendawima, il più vicino a noi con le insegnanti sempre belle, allegre e disponibili, i bambini di Jambiani con i loro occhioni neri così profondi e pieni di vita e felici anche solo di un tuo semplice sorriso. La festa di Mwendawima di chiusura delle attività per il ramadan dove tutte le donne elegantissime hanno portato i loro bambini, presi a mille per le tante opportunità di gioco di quel giorno di vera festa. Charawe, dove tutto è una vera magia di colori, tra le divise dei bambini, e il colore della terra, e non solo, ma anche di curiosità e speranze. Senza dimenticare Kikadini e quel grande cerchio fatto di canzoni e sorrisi dov’è bastato davvero poco per essere travolti dallo spirito e dalla gioia di quei bambini.  Questo viaggio mi ha regalato un’opportunità straordinaria di crescita, un’esperienza forte dov’è stato spontaneo mettere in discussione tutte le mie certezze e convinzioni, un’occasione per guardare la propria vita e per guardarsi dentro con uno spirito nuovo, diverso. E’stato importante condividere e osservare lo stile di vita di quelle famiglie dove ti accorgi con il passare del tempo che basta davvero poco per vivere e vivere con serenità, e soprattutto per imparare a dare il vero e il giusto valore alle cose che abbiamo sia materiali che non. Un grazie di cuore a Why, che dà la possibilità di vivere queste esperienze, di costruire un qualcosa di importante insieme e per gli altri. Un forte abbraccio a Manuela e Nicolò, ai quali non è difficile pensare con ammirazione e a tutti i miei compagni di viaggio, veramente unici e belli, e senza dimenticare  Naemi, Noa e il cielo di Jambiani….

Erika Bernini
(volontaria Zanzibar, agosto 2008)

Inserito da: whyzanzibar | Settembre 19, 2008

cooperare per condividere

Questo è stato il mio secondo anno a Zanzibar, è stato altrettanto intenso ma sicuramente ben diverso rispetto al 2007. A differenza dell’anno scorso, in cui tutto era una novità e ogni esperienza era eccitante, quest’anno c’è stato più spazio nella mia mente, meno offuscata dalla magia del posto, per riflessioni e considerazioni sull’esperienza di volontariato e sul suo significato.

Per me la scelta di tornare una seconda volta è sicuramente dipesa molto dall’aver conosciuto e apprezzato l’associazione e il suo operato lo scorso anno: la modalità di intervento così a stretto contatto con la realtà Zanzibarina, la capacità di cogliere e di valorizzare le risorse già esistenti sul territorio, il totale rispetto della cultura e dei valori locali.

Quest’anno, così come è stato diverso per me, ho potuto notare che anche la stessa esperienza può assumere significati (valenze) diversi per ognuna delle persone che la affronta. Come dice Manuela, alcuni di quelli che partono per un’esperienza di volontariato hanno bisogno e cercano emozioni nuove (non dice proprio questo, ma quasi); altri intendono utilizzare il proprio tempo libero facendo qualcosa di utile per gli altri, altri ancora vogliono conoscere una realtà diversa entrando in contatto diretto con la situazione e gli abitanti del luogo… o forse possono anche essere tutte queste motivazioni mese insieme o altre ancora.

In seguito a queste considerazioni e ad altre fatte nel corso dell’anno, mi sono accorta che la realtà del volontariato/cooperazione è ben più delicata di quanto si possa pensare.

Ciò ha fatto nascere in me una riflessione sull’importanza del rispetto per gli altri e per i loro stili di pensiero e modi di agire, soprattutto se differenti dai propri. Questo non vale soltanto nel contatto con i locali, ma anche nel lavoro tra i volontari.

Sembra un gioco di parole, ma penso che “fare la cooperazione” significhi proprio “cooperare tra di noi a partire dai più piccoli dettagli della convivenza”.

In questo contesto infatti, mi sono resa conto di quanto sia importante la collaborazione e l’armonia nel gruppo innanzitutto per vivere bene l’esperienza e poi per raggiungere gli obiettivi stabiliti.

A prescindere dalle motivazioni di partenza forse ciò che conta di più è il fatto di riuscire a convivere e a lavorare insieme in piena “cooperazione” perché è da questa premessa che dipende o meno il raggiungimento del risultato comune e condiviso, che è poi quello di essere felici noi, gli insegnanti e i bambini, ossia il vivere in sintonia e cooperazione fraterna.

L’esperienza di quest’estate mi ha dunque insegnato quanto sia importante spogliarsi dello spirito di competizione e della presunzione di essere migliori che anima il nostro mondo “occidentale”. Ho scoperto che l’incontro e la relazione sono sempre scambi bidirezionali in cui non siamo solo noi a mettere qualcosa, ma c’è anche l’altro che ci offre la propria esperienza. Inoltre spesso presupponiamo di essere pronti all’insegnamento e così facendo non ci accorgiamo che le nostre convinzioni sono sbagliate e che abbiamo anche tanto da imparare.
Un esempio lo colgo dall’osservazione della gente della Tanzania, persone dalla cultura e dalla socialità devastate da noi “occidentali” ma ancora capaci di affrontare le cose con modestia e rispetto per gli altri.

Concludendo, questa è un’esperienza che a mio avviso dovrebbe aiutare ad aprirsi alla condivisione, allo scambio e alla conoscenza non solo degli altri, ma innanzitutto e principalmente di se stessi e dei propri limiti.

Alla luce di ciò posso affermare che anche quest’anno ho vissuto cinque settimane intense ed interessanti che mi stanno facendo pensare con entusiasmo ad un ritorno in Africa, magari per qualche mese in più… … speriamo bene e ciao a tutti!

Alessandra (la foto e’ di Cristina)

Inserito da: whyzanzibar | Settembre 19, 2008

nei nostri occhi…

Quando sono arrivati, mi sono appoggiato al muretto per osservare chi erano e dove andavano ad abitare. Sono smontati dal pulmino, uno dopo l’altro, non so nemmeno dire quanti fossero, ma mi sembrava che non finissero mai. E poi… avevano un altro pulmino, dietro di loro, per le loro borse! Erano grandi, piccole, colorate. Le hanno scaricate e ciascuno ne ha prese due o tre, sembravano molto pesanti. Forse avevano intenzione di fermarsi per molto tempo… Ho pensato che dovevano essere piene di cose interessanti e in effetti quando, qualche giorno dopo, sono venuti a trovarci a scuola, hanno portato degli oggetti divertenti con cui abbiamo giocato.
Ma prima sono successe altre cose. In verità non so se sono successe prima o dopo, ma sono successe.
Si sono sistemati nella casa del papà di Haji, quella con tante stanze e tanti bagni, in fondo al villaggio. È una casa bella perché ha anche un giardino dietro. Il giardino! Che divertimento stare ad ascoltarli parlare e parlare per ore seduti in giardino. Alle volte sembravano addirittura arrabbiati, ma poi c’era sempre qualcuno che scoppiava a ridere e tutti tornavano sereni. Non so di cosa parlassero, forse stavano organizzando le loro giornate… Un pomeriggio li ho sentiti nominare Charawe, l’asilo nella sciamba, e hanno smesso di discutere solo quando era già notte. Manu era preoccupata e continuava a battere con un bastone per terra: non so se volesse picchiarli tutti o se era solo un modo per tenere lontano quel serpentello verde che ogni tanto gira sull’albero del giardino. Per fortuna poi si sono accorti che era ora di cena e sono entrati in casa!
Manu e Nico venivano spesso a trovarli, soprattutto all’inizio, per aiutarli anche perché non sembravano molto abituati a vivere qui da noi e non capivano bene dove prendere l’acqua, dove acquistare il cibo, dove buttare via l’immondizia (quanta ne facevano!). Per fortuna c’erano sempre con loro Baniele e Cesco. Loro sì che hanno capito, anche se sono bianchi. Sono come Nico e Manu. Loro sanno parlare la nostra lingua, sanno dove fare la spesa, sanno dove andare a prendere il pane e sanno anche quando è il momento più giusto per fare il bagno nel mare. Loro sono qui da tanto tempo e spero che ci rimangano ancora per tanto. Sono divertenti e anche la mamma mi lascia sempre stare con loro, si fida, sono come noi. Loro non hanno bisogno delle scarpe, sanno camminare scalzi, anche se a volte li si vede con certi tagli fra le dita o con qualche vermetto che si sono presi a camminare in mezzo alla sabbia. Per fortuna la mamma sa come curarli!
Anche gli altri, quelli della casa di Haji, piano piano hanno imparato le cose ed era sempre più bello fermarsi a casa loro perché, insieme a tanti altri bambini, potevamo disegnare, giocare con la palla, mangiare qualche mandasi. Spesso poi loro venivano all’asilo e ci facevano giocare. Una era il capo, si chiamava Sara, era grande e bravissima. Quando parlava lei, anche se parlava una lingua strana, tutti riuscivamo a capirla perché ci faceva vedere con le mani, con le gambe, con le braccia cosa dovevamo fare. Abbiamo giocato con le kiwuli, le ombre, abbiamo scoperto che, se ti avvicini alla luce, la tua ombra diventa più grande e tu sembri un gigante. Anche le nostre maestre e il nostro maestro hanno giocato con noi, abbiamo fatto tanti cartelloni, ci siamo travestiti con mille oggetti strani. Mentre una parte della classe lavorava con le ombre nelle aule, l’altra parte era in spiaggia con alcuni di loro a fare staffette, corse nei sacchi, giochi bendati e con la palla e tante altre attività. Era proprio divertente! Una volta ci hanno bendati e ci hanno fatto assaggiare delle cose e noi dovevamo indovinare cosa fossero. A me è capitato prima il pepe e ci ho messo un po’ a capire cosa fosse perché era proprio pizzicante, ma poi per fortuna mi sono gustato un sorso di soda (che ho riconosciuta subito!). I bianchi giocavano con noi, ci spiegavano le cose come riuscivano e piano piano hanno anche imparato qualche parola: duara, ta kitako, mistari, rudi niuma…
Un pomeriggio si sono messi, solo loro, in spiaggia. Sara diceva delle cose e ogni volta loro facevano dei gesti strani, saltavano, urlavano, ridevano o piangevano. Noi, insieme a tanta altra gente del villaggio, ci siamo fermati a guardare e ci siamo divertiti un mondo perché erano come dei bambini che non si vergognavano di nulla. Anche loro sembravano divertirsi e si sentiva che si volevano bene perché nessuno cercava di rovinare il gioco dell’altro. Alcuni di quei giochi e di quei gesti, li abbiamo fatti anche noi a scuola, come quello di far finta di essere su una macchina per guidarla e salutare quelli che passavano sulla strada.
Un’altra volta sono andati a vedere le signore che coltivano le alghe quando c’è la bassa marea. A me piace vedere i colori dei kanga delle donne che si muovono nell’azzurro dell’acqua e anche se so, me lo hanno detto, che è un lavoro molto faticoso (devono stare piegate o sedute nell’acqua per ore a annodare le alghe ai fili per non farle scivolare via con l’arrivo dell’alta marea), le donne lo fanno con tranquillità e precisione e qualcuna ogni tanto canta. I bianchi hanno fatto domande, hanno guardato, hanno ascoltato, ma soprattutto hanno fatto fotografie.
Mi domando come facciano a starci tutte quelle foto in una macchina così piccola e soprattutto mi chiedo cosa se ne facciano. Volevo dirgli che noi, le donne, il villaggio, il mare siamo sempre lì, che non serve portarci via dentro un’immagine e che è più bello guardare le cose dal vero che attraverso il piccolo buco della macchina fotografica. Ma ho visto che un po’ a tutti piaceva e allora non ho detto nulla. Ognuno è fatto a suo modo.
Poi siamo andati a fare visita alle donne che lavorano i fili di cocco e alcune delle signore bianche hanno provato a vedere se riuscivano a intrecciarli, ma non erano capaci. Ho provato anch’io e, devo dire la verità, ci sono riuscito al primo colpo! Certo non mi serve a molto perché è un lavoro delle donne, però magari potrò farmi una corda con cui salire sulle palme per raccogliere il cocco.
Una serata divertentissima è stata quando hanno fatto una festa per Baniele che doveva tornare dalla sua mamma. Ci siamo trovati in tanti, abbiamo mangiato riso, chapati, pesce alla griglia, chipsi e poi c’era soda per tutti, anche per i bambini. I bianchi hanno fatto dei giochi, delle scenette e delle canzoni, tutto per Baniele. Gli hanno fatto anche un regalo, un dipinto delle giraffe. Si vede che gli vogliono bene e anch’io gliene voglio. Mi spiace che sia andato via, ma penso che avesse nostalgia della sua mamma o di una sua amica. Anche a lui però è spiaciuto andare via dal villaggio. Secondo me avrebbe potuto portare qui anche la sua mamma e la sua amica. Si sarebbero trovate bene. Se sono amiche sue, sono anche amiche nostre.
Qualche volta i bianchi partivano la mattina e tornavano alla sera. Andavano a vedere altri posti della nostra isola. Dicevano che è bellissima, che è un paradiso. Non so bene cosa sia il paradiso, ma se è come la nostra isola, penso che ci voglio andare anch’io.
La cosa che mi ha stupito di più di tutto nel tempo che sono rimasti qui è stato uno degli ultimi giorni. Sono andati con Sara in un’aula del mio asilo e hanno cominciato a fare i loro giochi-esercizi. Mi sono nascosto in un angolo del giardino e li ho guardati. Mentre ascoltavano musica, disegnavano, si muovevano e pensavano. Forse pensavano a cose tristi perché qualcuno aveva anche gli occhi pieni di lacrime. Ad un certo punto sono usciti dall’aula, ognuno per conto proprio e si sono messi ad osservare in silenzio il villaggio, le palme, il mare, la strada, la spiaggia. Secondo me sapevano che poco dopo sarebbero dovuti partire e volevano portarsi negli occhi tutti i colori di Jambiani. Forse non avevano voglia di andare via. Mi domando perché non hanno potuto fermarsi. Forse è più bello dove vivono loro? Ma allora perché erano tristi quando sono partiti? Forse c’è qualcuno o qualcosa che decide per loro? O forse stanno cercando un altro villaggio in cui fermarsi e cominciare ad essere felici? Magari anche a casa loro… Comunque se vogliono tornare il mare, la spiaggia, il vento e noi siamo qui. E pure i mandasi…che sono buoni anche senza nutella!

il pezzo e’ di Claudia, la foto di Cristina

Inserito da: whyzanzibar | Luglio 23, 2008

17 Luglio: si parte con il nuovo asilo di Unguja Ukuu

Bello bello bello!! Che emozione ragazzi!! Arriviamo ad Unguja Ukuu alle 9.30, stranamente in anticipo. L’inaugurazione è prevista per le 10.00. Lungo la strada diluvia, ci domandiamo dove metteremo le 400 persone che sono previste per l’evento. Piove alla foresta di Jozani, piove lungo la strada. Superiamo l’ultimo posto di blocco che porta la scritta immaginaria Unguja Ukuu e come per magia il cielo si apre e porta con sé un raggio di sole. Arriviamo a destinazione e un tiepido sole è all’orizzonte, presagio che le piogge sono passate. Scendiamo e ci dirigiamo verso le classi, inseguendo la musica. Ed ecco le donne, sempre meravigliose, ballare scatenate al ritmo dei tamburi. I giovani suonano, altri giovani ballano, maschi e femmine rigorosamente divisi, le donne gioiose e sensuali, gli uomini allegri e composti. Batto le mani, mi aggrego a loro , un giro della classe a suon di musica. Facciamo un giro dell’asilo con Franco, è felice del risultato, di come aveva lasciato l’edificio e di come l’ha trovato. Le pareti sono dipinte, le classi spaziose, i banchetti e le sedioline fanno sorridere ad immaginarci seduti i piccoli studenti. Naemi corre scatenata tra la folla, Noah più riservato osserva da lontano. Ci siamo tutti: Franco, Nicolò, Daniele, Francesco, Elena, Cristina, Juma, la mami, Naemi, Noah, persino Saleh, il costruttore, e io. Purtoppo manca Alessia, acciaccata da un male di stagione. La grande famiglia è al completo.

Arriva l’ospite d’onore, e se la pancia è proporzionata al grado, certo lui appartiene alle sfere alte.

La cerimonia si svolge tra canti popolari, discorsi, applausi e risate. Parla Juma a nome di WHY, parla Franco e Cristina traduce. Parla Nicolò. Franco consegna le chiavi dell’asilo alle autorità e spera che ci sarà presto un’altra occasione di rivederci, e noi con lui. Urla di giubilo, uno scroscio di applausi.

Il clima è caldo e accogliente, è festa per tutti, momento di gioia condivisa con la comunità di Unguja Ukuu.

E come ogni festa che si rispetti, si finisce con le gambe sotto al tavolo: soda e biscuti per tutti, e tanta musica. A questo punto io non resisto e mi butto nella mischia. Le donne sono simpaticissime, divertite che una msungu (bianca) possa ballare come loro. Io ci provo, mi mancano i loro attributi, ma mi difendo. Solo un po’ di panico quando tre Grandi donne mi circondano e mi marcano a vista, ma l’euforia è tanta e ci divertiamo un sacco.

Naemi corre tra un sorso di coca e un biscotto, Franco distribuisce caramelle e per poco non ci lascia le penne travolto dalla folla di bambini che vogliono accalappiarne il maggior numero possibile, i bambini provano i nuovi giochi, noi mettiamo le donne più robuste per vedere se le altalene resistono. La prova è brillantemente superata, possiamo saldare il fabbro!

Noah dorme pacifico nel pulmino, a guardia venne messo l’autista. Pranzo dagli amici al Paje by night, è giorno di festa, siamo tutti felici.

Franco ci abbraccia e ci ringrazia, noi ringraziamo lui per il bene che ci vuole e che ci fa.

Il prossimo appuntamento è ad ottobre, inaugurazione del nuovo asilo di Charawe, vi aspettiamo numerosi.

da Why Zanzibar

Inserito da: whyzanzibar | Luglio 10, 2008

racconti di viaggio: Roberto C.

Prendere il volo aereo per Zanzibar e lasciarsi alle spalle la nostra civilta’ del benessere e del progresso e’ stato come fare un grande tuffo per immergersi in un limpido oceano blu…dove al posto delle tante meraviglie marine ho trovato la grande e
attraente Umanita’ della sua gente, i sorrisi pieni di gioia di vivere dei tantissimi bimbi che sbucano da ogni angolo possibile, con i loro profondissimi occhi scuri in cui ogni volta ci si perde attratti nello stesso tempo dalla magica bellezza e dalla ragione di tale immensa profondita’…quanto e’ stato emozionante unirsi e mischiarsi a questo popolo africano nei vari momenti della giornata, condividendo i loro usi,  le loro tempistiche a volte infinite ed esilaranti, la loro simbiosi costante con l’ambiente naturale che attraverso la luce solare e non quella elettrica scandisce il susseguirsi delle varie attivita’ quotidiane…ammirando questa dignitosissima umanita` che traspare dai modi, dai gesti
ancora carichi di quelle tradizioni, di quei riti che mantengono integra la
loro affascinante e attraente cultura

E` bastato poco per rendere felici i bambini di Jambiani con dei palloncini, un pallone, un fazzoletto, per farli divertire e correre felici sulla sabbia. Ogni tanto la stanchezza si faceva sentire ma bastava un sorriso o sentire il proprio nome urlato da 5/10 bambini tutti insieme per ripartire per un nuovo gioco o una nuova attivita`.
La caccia al tesoro organizzata con l’aiuto di Cristina, le 2 squadre di bambini che  cercano nella sabbia,nelle pietre, nel campo di calcio, corrono, si divertono, gridano e saltano ad ogni indizio trovato… hanno vinto tutti si sono divertiti (compreso me). Ci si mette tutti in cerchio, si salta, si canta e si festeggia, all’improvviso compare un pallone inizio a correre anche io, a giocare con loro… corrono… corrono non si stancano mai. Arriva il momento dei regali… tolgo dallo zaino i palloncini ed è un assalto, sento mani che mi tirano, qualcuno si aggrappa, alla fine riusciamo a distribuirli a tutti ma adesso inizia il bello… tutti vogliono gonfiare il loro palloncino… pian piano riusciamo ad accontentare tutti … intorno a me sento che si divertono…
Mentre davo loro  palloncini e caramelle ero io a ringraziarli per le emozioni che mi hanno dato in questa bellissima giornata… ASANTE
E che dire di Charawe, posto unico e indimenticabile dove ho lasciato un pezzo di cuore e dove vedere tutti i bambini seduti ed attenti ad ascoltare la storia di Kobe e Sungura e dopo un attimo tutti a saltare e urlare mentre gli donavamo una caramella e un palloncino
Mi ha colpito molto quando ho visto che alcuni di loro succhiavano la caramella per poi avvolgerla di nuovo nella carta, per risucchiarla ancora e rimetterla nella carta
Questa esperienza mi ha fatto conoscere delle persone molte speciali: Manuela e Nicolo` che stanno facendo un gran lavoro per questa comunita`… “SIETE GRANDI”… un ringraziamento anche a Daniele compagno di corsa che mi ha sopportato durante il mio viaggio.

…non so` perche`, ma ho la sensazione che l’amore, per quanto lo si doni, per quanto si lasci aperto il rubinetto del proprio cuore, non si esaurisce mai…

Jambiani Maggio 2008

Roberto C. (…la spia…)

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