Alberto
ciao a tutti come state? E lì a Jambiani? mi mancate ragazzi, mi mancano i momenti passati insieme, mi mancamo i bambini degli asili, mi manca la casa sempre in disordine, mi mancano le ore passate a disegnare … mi manca tutto di quello che ho meravigliosamente vissuto … sono felice che presto rivedrò a Villa la Bianca gli amici di WHY, e nel contempo mi dispiace che tra noi non potranno esserci Manuela, Sara, Francesco e Nicolò. Ho letto con attenzione le parole scritte da Carolina. Brava!Hai colto l’essenza delle sensazioni che si vivono quando si ritorna da un’esperienza di condivisione e di fratellanza come quella che noi abbiamo vissuto. Vi abbraccio tutti a presto
Veronica
…le prime sere non appena mi coricavo mi chiedevo:”…stiamo sognando o stiamo vivendo?” la risposta che mi davo era che stavo vivendo intensamente un sogno.
Tutte le sere qui in Italia mi addormento rivedendo le immagini di Jambiani:bambini che si precipitano verso di te con i loro sorrisi e il loro calore, gli asili: nidi di gioia ed immagini di donne sorridenti cariche di merci enormi vestite con stoffe di colori vivaci e vivi.
Risento i rumori più tipici di jambiani: le urla felici che ripetono JAMBO JAMBO, i tamburi da Muba, l’infrangersi delle onde e le nostre canzoni e chitarrate fatte ovunque.
Non finirò mai di ringraziare Francesco, manuela e nicoloò e tutta jambiani per avermi fatto questo stravolgente ragalo!
I bambini mi hanno dato tanto, sono stati la mia fonte di amore.
Mi hanno regalato emozioni fortissime e mai provate e il sorriso che mi si apriva naturalmente non appena li vedevo correre, saltare, cantare, ballare e muovere lentamente e attentamente le loro amnine per completare i loro lavoretti mi proveniva dal profondo del mio cuore, da quella parte che si apre in casi straordinari.
E un forte sentito grazie a tutti i volontari … miei nuovi e grandi amici le cui diverse strade si sono incrociate a Zanzibar, luogo magico per tutti noi!
Carolina
…la sensazione è come quella di quando ti innamori…anche se il tuo corpo è lontano, il tuo pensiero è sempre lì..in ogni gesto rivedi quello della persona amata, in ogni canzone rivivi l’attimo senza tempo che hai condiviso con lei..il tuo cuore è talmente pieno che ogni parola sembra estremamente piccola e inutile per poter spiegare, contenere, definire l’emozione..ogni frase è limitante e banale..
a tutti quelli che mi hanno chiesto al mio ritorno “allora Caro, com’è andata??Bella esperienza, vero?”rispondevo sorridente e ancora un pò sognante…:”non è un’esperienza..è semplicemente un’altra vita..”non so dire altro..non mi so spiegare perchè ognuno di noi è ancora “sotto” a distanza di settimane…ci sentiamo per telefono e ci troviamo ancora in sintonia nel sentirci, qui, fuori posto, nel rimpianto di un tempo che è sfuggito troppo presto tra le nostre dita, lasciandoci nel profondo una ferita che fa un pò male..ciascuno dei diversissimi personaggi che hanno preso parte a questa favola corale, una favola che acquista un senso e un perchè dal momento in cui è condivisa, è vissuta insieme e per una stessa meta, anche se iniziata da angoli di mondo disparati e lontani, ciscuno di noi continua a sognare un ritorno..si trastulla ore e ore davanti ad uno schermo di fotografie, immagini, paesaggi che riportino, almeno virtualmente, là..Mi chiedo: che forza è mai questa?? quale strana potenza, per quale misteriosa alchimia siamo stati tutti quanti ammaliati, catturati, incantati??l’unica risposta che mi sono saputa dare, per il momento, a distanza di una sola settimana dal mio rientro, è la semplicità…la semplicità di una terra, di un ritorno alle origini.. di cui purtroppo noi non ne sappiamo nulla, ma quando si incontra un certo spirito in un villaggio, in una famiglia, in una casa, forse dalla nostra memoria collettiva, inconscia riemerge un ricordo vago di come doveva essere un tempo, di come si viveva quando il superfluo e l’eccesso non potevano esistere…ciò che ci fa stare così bene forse è l’aver finalmente avuto tempo per tutto.. per sbagliare, per ri-fare, per rompere e per ri-costruire, per salutare, per dormire, per passeggiare, per sbagliare strada…e per riprenderla e riprovarci, senza per questo provar fastidio, rabbia o fretta, ma solo pazienza e fede nell’attimo vissuto..quello presente..
che dire??semplicemente..grazie..
Edith (Il mosaico WHY)
I miei ricordi di Zanzibar sono delle piccole tessere di un insieme grande:
– bambini, tanti bambini ed io un po’ impacciata con loro,
– il sorriso e la grazie di alcune maestre,
– la lunga camminata sulla spiaggia bianca per raggiungere la scuola di Mwendawima e il ritorno attraverso Jambiani, salutati e salutando come non succede più dalle nostre parti,
– la pioggia che batte sul tetto di lamiera della scuola e di colpo cessa,
– la festosa accoglienza dei bambini a Charawe,
– la dedicazione ed impegno totale di Manu, Niccolò e Francesco,
– Fasili che con occhi spenti accetta fiducioso l’appoggio e il contatto di chi gli sta vicino,
– i ragazzi del mio gruppo, giovani e pieni di entusiasmo, tanto entusiasmo da trascinare con loro anche me con in miei 65 anni,
– i giochi universali, da noi quasi dimenticati, come il tiro alla fune o i canti in cerchio,
– le voci, gli odori e colori del villaggio al primo mattino,
– Juma con una parrucca bionda che ci prende in giro,
– la luna piena che sorge dal mare di inchiostro per incantarci,
– lo staff di Muba più impegnato e diligente di qualunque classe liceale durante le lezioni di inglese,
– le alghe gommose e scivolose piantate con fatica dalle donne,
– alla fine di una giornata di lavoro il pasto caldo e profumato preparato dalla mami
Piccole tessere – e tante altre – che non sempre sono consapevoli di comporre quel grande mosaico che è WHY.
Alessia
“Tutto viene da se.” È la prima cosa che dicono gli altri volontari il primo
giorno, durate il cerchio per conoscerci.
Sarà poi vero!? Si. Vero, verissimo, verissimissimo. Perché tutto viene
veramente in modo naturale, dall’accettare i caratteri diversi degli altri
volontari che vivono con te in casa, avvicinandoti in modo diverso a
ciascuno di loro, alle piccole sfide di ogni giorno (raccogliere in catini
non comunicanti l’acqua per fare un esempio…), dal fare i conti anche con
bambini che non sono abituati a vedere mzungu, che si dimostrano timorosi il
primo giorno, ma già il secondo ti aprono sorriso e cuore, al capire che sei
un pochino utile a loro, che stai facendo qualcosa di importante per loro,
ma soprattutto per te.
È l’esperienza che ti cambia la vita, che ti fa rimescolare i punti fermi
che avevi in Italia, che ti fa avvicinare ad una realtà diversa dalla tua,
ma affascinante e speciale. Che ti aiuta a capire se quello che stai facendo
è veramente quello che vuoi, che ti fa mettere in discussione dal profondo.
Che ti fa semplicemente capire che si vive meglio quando si ha meno, e che
il sistema in cui viviamo è un pochino stretto.
Per me è stata sicuramente l’esperienza più bella fatta sino ad ora. Mi
sento di essere tornata cambiata, carica e diversa. La mia “casellina” mi
sta stretta, me ne sono accorta proprio il primo giorno di rientro. Tutte
quelle 255 mail, tutte “top urgent”, tutte le tragedie che ciascuna
conteneva mi hanno fatto riflettere sul fatto che forse nessuna di loro era
effettivamente una tragedia, e che se per due sere diverse ti metti lo
stesso abito, non crolla nessun sistema. Io mi sono messa per 2 settimane le
stesse cose e mi sentivo divinamente.
Ci rivediamo per le olimpiadi!
bacio
uomo bianco (colonizzatore) in kiswahili
Silvia
Inizio proprio dalla consapevolezza che nel nostro gruppo, quello di giugno-luglio, io posso essere quella che apparentemente era la più “diversa” o quella con maggiori difficoltà di integrazione. All’interno della casa, dal punto di vista della convivenza con i ragazzi, questo è sicuramente vero; l’età, le abitudini, la mentalità piuttosto diversi hanno pesato non poco nel mio percorso di adattamento, 8 anni a quest’età significano tanto, se in più ci aggiungi il resto. In ogni caso non posso dire che non l’avessi messo in preventivo fin dall’inizio, era prevedibile. Momenti “difficili” ce ne sono stati, è vero, e lo stato di salute degli ultimi giorni non mi è stato certo d’aiuto.
Nonostante questo e nonostante fosse la prima volta sotto tanti aspettie, sono assolutamente contenta della scelta fatta quel giorno di 5 mesi fa, quando cercando in rete ho conosciuto la vostra associazione. Le emozioni che ho vissuto in queste 3 settimane sono state davvero uniche, e se non lo vivi in prima persona non si può capire, non ci sono racconti, foto o filmati che tengano!
Come avevo già detto durante i nostri momenti “riflessivi”, io ero venuta giù per i bambini e per me, tutto il resto sarebbe stato il contorno, la cornice. Ho cercato di trarre più che potevo da una tale esperienza, ma durante il periodo a Jambiani c’è poco tempo per “metabolizzare”, c’è così tanto da vivere, da fare, da conoscere, che rischi di dimenticarti di fermarti ogni tanto ad osservare, a riflettere su ciò che ti sta accadendo, lasciando spazio a emozioni, sensazioni, pensieri che meriterebbero maggiori attenzioni.
Alla fine delle tre settimane ero sicuramente contenta dell’avventura vissuta ma anche del mio ritorno alla vita di tutti i giorni, con la mia famiglia e i miei impegni. Come speravo, il tempo di metabolizzare c’è stato poi. L’esperienza infatti non si è conclusa risalendo sull’aereo per l’Italia, ma il “percorso” dentro di me è andato avanti, tutto ciò che avevo vissuto e raccolto nelle 3 settimane aveva bisogno di tempo per essere rielaborato e assimilato, andava fatto “decantare” per riuscire a coglierne davvero l’essenza. E in parte è stato proprio così. Ho saputo apprezzare dopo cose di cui durante il campo non ho avuto modo di accorgermi, non ho assaporato. Per alcune è troppo tardi, per altre sei ancora in tempo e rientrato nella routine, scopri che le 3 settimane sono finite, ma quello che hai vissuto può darti ancora tanto. Più passa il tempo e più, nel fare il bilancio, si scolorano i momenti difficili per lasciare spazio solo ai ricordi più belli.
Il mio modo di pensare, di relazionarmi agli altri, di prendere le cose, sotto certi aspetti sta cambiando; il mio metro di valutazione sta cambiando. Non sto dicendo che sono un’altra persona, sono sempre io, resto sempre la Silvia razionale, ‘inquadrata’,'precisina’ ecc. che avete conosciuto, ma certe sfumature stanno prendendo un altro colore.
Il mondo che ho conosciuto, i bambini, i paesaggi mi sono rimasti dentro. Non lo so quando riuscirò a rivivere qualcosa del genere, ma è sicuramente un mio desiderio cercare di far continuare ciò che per me è iniziato quest’estate a Jambiani, e non lasciare che resti solo una parentesi, un flash. Magari i tempi, i modi, i luoghi saranno diversi, certo, ma non vorrei finisse qui. Il lavoro, gli impegni che ho qui, e che non abbandonerò perchè fanno parte della mia vita, mi legano abbastanza, ma cercherò di far convivere le cose, perchè non credo che una escluda l’altra. Non potrò prendere e farmi 2 mesi in qualche villaggio in giro per l’Africa, ma non è l’unica possibilità questa.
Scusa per il ritardo, l’ho presa in mano più volte questa mail; tra le altre cose, sono una che ha bisogno di tranquillità e tempo per mettersi davanti a un pc o a un foglio bianco e riuscire a scriverci giù pensieri e riflessioni. Spero comunque che vi faccia piacere lo stesso, anche se fuori tempo massimo.
Anche a me farebbe piacere sapere un po’ come sta andando laggiù, come trascorrono le giornate, che novità ci sono. Io sto preparando un po’ di foto da sviluppare e mandare ai bimbi di Charawe, visto che un giorno l’insegnante aveva manifestato il desiderio di avere qualcuna delle foto coi bimbi. Spero di riuscire a spedirle a Trento prima che l’ultimo campo parta. Quando inizia l’ultimo campo? Riuscirete a far avere le foto a Mashamba (non so se si scriva così! :-/) se ve le mando?
Buona giornata e buon proseguimento a tutti voi laggiù.
Saluta Nicolò e Francesco, dai loro un abbraccio da parte mia.
Grazie a tutti voi.
Elena (COME NELLA CORDA I FILI DELLA NOCE DI COCCO)
Oggi è già inverno, me l’ha detto la marea, che da qualche settimana comincia ad accarezzare la terra a ore sempre più tarde durante la notte e la lascia ai nostri giochi ancora umida nel pomeriggio. Il gallo del signor Muba, come ogni mattina canta il suo ritornello e mi trascina via dal sogno che stavo facendo. Ero su un’altalena arancione e sorridevo agli uccelli nel cielo cercando di volare con loro. Lentamente, sposto verso il bordo della stuoia il piedino di mio fratello Haji, che ha dormito tutta la notte sulla mia pancia. Mi avvicino alla schiena di mia sorella Aischa, che nel suo solito tepore mattutino emana un profumo di chiodi di garofano e cannella. Questo è il buon giorno per me, insieme al profumo di chapati che la nonna prepara con primordiale cura e lascia cuocere sul fuoco per ore. Mi stropiccio gli occhietti, indosso la divisa cobalto e celeste e a piedi nudi mi incammino verso la scuola.“Ecco Samira e Fasili!”. Mi unisco a loro e in fila allineiamo i nostri piedini d’ebano che frangono impazienti le onde pungenti della strada sterrata. Appena aperto il cancelletto di foglie di palma intrecciate, mi tuffo senza esitazione nel musicale abbraccio di colore dei miei compagni. C’è Miriam, Key, Mouhammed, Amouri, pronti a vivere un nuovo giorno, qui, con me, a Jambiani. La maestra Riziki ci chiama in classe con gesti da danzatrice e comincia a fare l’appello. Non manca nessuno! Oggi tocca a me andare alla lavagna e scrivere la data. Mi alzo e prendo il gesso, prima di scrivere però mi volto verso i miei compagni, le loro testine, una vicina all’altra, piegate all’ingiù, in attesa di scrivere, sembrano i ricami di una trapunta, una trapunta ricamata che non si sfilaccerà mai. Oggi è il sette agosto 2009. Io siedo al primo banco, vicino alla porta. Improvvisamente sento dei suoni strani provenire dal cortile e il maestro dire “karibuni! ”, dev’essere sicuramente arrivato qualcuno. Non voglio distrarmi, la maestra Riziki sta ripetendo l’alfabeto e non voglio perdere nemmeno un momento di attenzione. Mi piacciono le lettere dell’alfabeto, le metti insieme e, per magia si formano tante belle parole che posso ricevere e scambiare con gli altri. E’ po’ come fa la nonna con le spezie, quello che succede con le lettere dell’alfabeto, si mettono insieme, nelle dosi giuste e con gli accostamenti giusti e si cucinano cibi deliziosi. Attraverso la fessura della porta continuano a scorrere ombre di piedi che vanno avanti e indietro per il cortile. All’improvviso si apre la porta e noi bambini rimaniamo abbagliati dalla luce del sole che porta con sé una figura color latte, che sorride e da quanto è bianca quasi non riesco a vedere se ha i denti. Dopo l’abbaglio iniziale riesco pian piano a distinguere meglio la sua forma. Indossa una maglietta gialla, ha i capelli color della sabbia dopo le carezze notturne dell’oceano e negli occhi sembra aver incastrato il riflesso del cielo sulle onde. Continuando a sorridere si avvicina alla maestra, porgendole dei vasetti con una specie di zuppa colorata e dei bastoncini con dei peletti all’estremità. Si chiama Marisa. Non capisco quando parla, ma mi piace il suono che esce dalla sua voce, le sue parole somigliano ai suoni prodotti da un piccolo djembè. Chissà che lettere usa per creare delle parole così morbide. Marisa si avvicina a me, lascia posarsi sul banco un foglio bianco e, avendola vicina riesco a sentire la sua energia. Assieme al foglio, a ogni bambino viene dato un bastoncino peloso e un vasetto della strana zuppa colorata. All’improvviso da dietro di me giunge un vento leggero di morbido profumo alla vanigliata e in un istante la mia mano viene avvolta da quella di Marisa che mi aiuta a tenere il bastoncino. L’intreccio delle nostre mani è stretto e saldo come nella corda lo sono i filamenti della noce di cocco. Insieme tuffiamo il bastoncino nella zuppa colorata e poi lo lasciamo viaggiare libero sul foglio bianco. Le tracce colorate prendono pian piano forma, non una forma definita. Sembra un baobab millenario o un delfino che danza sulle onde, alcuni compagni ci vedono un daladala che percorre sudando le strade dell’isola, Duadi dice che sembra il disegno sul kitenghe di sua sorella. Non tutto deve avere una forma conosciuta per esistere. Questo disegno è una nuova parola che abbiamo creato insieme, Marisa ed io. Con gli altri compagni ha creato altre nuove parole, ognuno di noi ha una parola segreta con lei, plasmata con i nostri spiriti, trascinando e lasciandosi trascinare, dando e ricevendo. Sono forze magiche queste parole, rimangono per sempre, non sul foglio che l’acqua riesce a sciogliere ma dentro di noi.
Campo di lavoro estate 2009… pensieri al ritorno…
Nella prima settimana di ritorno da Zanzibar ho potuto rivedere le mie compagne di viaggio, è stato emozionante, sembrava di non vedersi da mesi!!! Incredibile! Incredibile quanto solo 3 settimane possano unire le persone… l’Africa ha davvero poteri straordinari! Tutte le altre esperienze di gruppo che ho fatto mi hanno solo avvicinata agli altri, qua… anzi là, è stato tutt’altro, un incontro vero, profondo e sincero,… travolgente!
Dopo alcuni giorni di tristezza e incapacità di reagire e riadattarsi alla vecchia normalità, va un po’ meglio, sto riapprezzando alcune cose della mia vita trentina anche se la vita di Jambiani mi manca davvero tanto, nel profondo! Come alzarsi all’alba e non poter uscire in veranda a respirare la luce delicata dell’alba, aspettare la colazione e condividere ogni cosa con gli altri volontari, i bambini e la gente che per la strada ti saluta e ti chiede come stai, sorridente come non si è mai vista, la semplicità di ogni gesto e di ogni cosa, le chiacchierate sotto le stelle, la mancanza del superfluo che arricchisce di significato ogni altra cosa, le passeggiate nel buio sulla spiaggia, i colori del mare, il cielo stellato che dà carica e speranza, la gioia dei bambini che salutano “jambo! jambo!”, la sensazione di stare nel posto giusto e fare la cosa giusta… il benessere profondo che vivevo quando stavo là, un bene e una serenità che non pensavo esistessero….
Quest’esperienza mi ha cambiata tanto… ho sperimentato con serenità e gioia la bellezza dello stare assieme e condividere tutto. Alcune delle persone che si incontrano nella vita, riescono ad entrarti nel cuore e te lo arricchiscono in un modo straordinario.
Per farsi un’idea di cosa sto parlando ecco schematicamente la giornata dei volontari… colazione tutti insieme pane, marmellata, caffè o tea, verso le scuole a piedi o in pulmino, mattinata nelle aule a svolgere le attività progettate e organizzate, pranzo a scuola cucinato da Asha, pomeriggi pittura esterni e interni delle scuole e alcuni grandi murales… uno spettacolo! Verso le 6 tramonta il sole e… relax, doccia, pulizie e preparazione cena e attività del giorno dopo… e dopo le gustose cenette preparate dal gruppo di turno, la veranda, il cielo stellato e le chiacchiere ci aspettavano!
E il fine settimana: sabato, condivisione pensieri sulla settimana trascorsa e programmazione e preparazione della settimana successiva, il pomeriggio relax e la domenica gita!
Dopo un assaggio delle nostre giornate tipo ecco alcune riflessioni sull’esperienza a scuola e nel gruppo…
Riguardo la scuola, i primi giorni sono stati difficoltosi, la comunicazione quasi impossibile, le attività nuove per i bambini e le maestre, la non conoscenza che ci metteva a disagio, poi man mano che i giorni passavano e prendevo coraggio e sicurezza mi è piaciuto sempre più e ho capito che, anche se la lingua non la conoscevo, era possibile lavorare bene lo stesso. Poi la responsabilità dei giorni con i nuovi volontari in cui ero quella che sapeva un po’ di più e provavo a condurre le cose, mi ha fatta sentire anche meglio.
I bambini apprezzavano ogni attività, da quelle di attenzione, a quelle di pasticciamento, ai giochi, alle canzoni, anche le cose più noiose come tagliare un filo di lana! Certo sarebbe bello parlare e fare tutto questo in modo giocoso e divertente piuttosto che ordinare le azioni da fare, senza coinvolgimento di alcun tipo, senza poter curare una relazione.
Poi ecco, mi sono sentita un po’ l’invasore straniero, cosa che per un verso non è stata negativa, nel senso che abbiamo portato una ventata di novità, di cambiamento, ma dall’altra non mi è piaciuta perché mi chiedo che senso abbia piombare in una realtà e, senza conoscere e sapere niente, fare delle cose senza tante spiegazioni, probabilmente sradicate dalla loro realtà e normalità, mi sono sentita di fare un po’ violenza alla loro sensibilità, soprattutto nei confronti delle insegnanti.
Penso soprattutto a come mi sentirei io nei loro panni, se una persona esterna arrivasse a scuola, nella mia aula, coi miei bambini e iniziasse a fare delle cose così, senza spiegarsi, senza averci prima conosciuti e consultati e poi sparire e lasciarmi alla mia normalità con quel lampo improvviso, senza seguito… so benissimo che WHY Zanzibar aveva già tutto programmato e pianificato insieme a loro, infatti non è una mancanza nell’organizzazione, ma una mia sensazione di maestra… so che non è possibile fare le cose coinvolgendo direttamente tutti i volontari, ma nella speranza di tornare mi auguro di poter capire di più per evitare quella sensazione di estraneo che mi sono sentita addosso, anche se per poco, dato che le maestre mostravano di apprezzare e di affezionarsi a noi in modo sincero e diretto.
Mi sono chiesta ancora quand’ero là, ma cosa fanno esattamente le maestre a scuola quando noi volontari non ci siamo? Materie, attività, metodi, cosa fanno di diverso ai tre gruppi di età? Hanno delle indicazioni dal ministero o è tutto molto libero? Cosa si potrebbe proporre per loro?
Dei gruppi… che dire? Non pensavo di abituarmi con facilità a stare con un gruppo così numeroso e stando a contatto tanto tempo continuamente, tanto meno di potermi inserire in un gruppo nuovo. Ma come diceva una volontaria… tutto viene da sé! Ed è proprio vero, basta lasciarsi un po’ andare e tutto viene da sé! Nascono nuove amicizie e scopri il bello di tutte le persone che ti circondano, ciascuno con le sue peculiarità, si mettono a nudo punti forti e debolezze, ma nessuno è lì a giudicarti, si accoglie tutto degli altri e ci si adatta alle necessità altrui, ci si rende conto della preziosità dei gesti e delle parole condivise, senza scontri e tante risate e bei momenti, trascorsi insieme! Ti rendi conto che il gruppo è diventato “gruppo” quando scopri che i componenti fanno un passo indietro per gli altri, lasciano spazio a tutti, si conoscono le abitudini, le cose che fanno piacere e quelle che danno fastidio all’altro e si crea quell’armonia speciale.
…e una riflessione su quello che l’esperienza è stata per me.
Sono partita per il campo di lavoro con l’intento di impiegare al meglio 3 settimane libere dell’estate, con la volontà di fare qualcosa di buono, con l’entusiasmo di una nuova esperienza tutta da vivere, ma con alcune riserve e paure e una serie di programmi in “pause” da far ripartire al mio ritorno in Italia, e… il campo di lavoro si è rivelato un mese di intense emozioni, di vita vissuta a 360°, di incontri e di piani scombussolati.
Si vedono e vivono cose che ti cambiano nel profondo, si cambia prospettiva, un po’ come quando si va in montagna e si vede la solita e conosciuta vallata e non la si riconosce più, è sempre quella, ma le forme sono diverse, quello che era alto è basso, quello che era davanti è dietro,… ecco è così che mi sono sentita! Trasportata in un altro punto di osservazione e la mia vita ha assunto un nuova forma, le mie priorità sono cambiate, i miei progetti di 25enne si sono trasformati, altri orizzonti, altre cose sono diventate importanti.
E quello che non si sa è come sia potuto succedere, che poche settimane mi abbiano trasformata così tanto, che il mio cuore e la mia anima e il mio intelletto siano stati rapiti e trasformati e che non sono più la stessa. Poi penso che vivere in immersione a Jambiani, a diretto contatto con le persone del posto, incontrare persone, limiti, difficoltà ed emozioni, riuscire ad affrontarle, accettarle, superarle, accoglierle, viverle fino in fondo è la chiave di tutto. È l’esperienza, la vita che fai lì che ti tocca e ti sconvolge! Non è il posto in sé, è quello che vivi e perché lo vivi intensamente, ogni momento, senza tempo di metabolizzarlo passo passo, quasi un’indigestione…
Poi tornata guardo le foto, racconto quello che ho fatto e provato, mi sforzo di trovare le parole giuste, le scelgo con cura e attenzione e mi accorgo che le persone non capiscono… ascoltano, guardano e si impegnano, ma non colgono l’essenziale, vorrebbero sapere il perché, il cosa ha causato tutto questo. Solo qualcuno intravede nel profondo dei miei occhi la traccia delle emozioni profonde che l’estate ha tracciato in me, la colgono appena, ma non del tutto. Quel che è sicuro è che sentono che sono diversa, che ho vissuto qualcosa di importante e vedono la gioia profonda e immensa che trapassa da ogni racconto e ogni ricordo di Zanzibar, nelle scuole, coi bambini, con la gente, con i volontari e ovviamente con la famiglia zanzibarina di WHY (Manuela, Nicolò, i loro bimbi e Francesco)!
Sono a casa da una settimana e fatico anch’io a capire bene, rielaboro pian piano le varie tessere dell’esperienza, le analizzo, le rivivo e la nostalgia è tanta…
Avrò modo di ripensare ai vari momenti, magari rivederli sotto un’altra luce, il tempo mi aiuterà a riabituarmi e a ripensare la mia vita, facendo tesoro di tutto quello che ho vissuto, lo scombussolamento diventerà – speriamo – stabile nuova normalità, con il progetto di ritornare in quella meravigliosa isola magica!
In conclusione volevo ringraziare infinitamente i tre pilastri di WHY ZNZ, sempre presenti, pronti ad aiutare, organizzare, spronare e ascoltare noi volontari. A loro va tutta la mia ammirazione e il mio affetto! Nei giorni vicini alla partenza la tristezza era forte, ma è sintomo del bene che voglio loro e di quanto l’esperienza che ho potuto fare sia stata importante per me!
Un grazie di cuore e un abbraccio forte a tutti e tre!
Un ultimo grazie ai volontari che ho incontrato a Jambiani e cha hanno contribuito a rendere speciale il campo di lavoro!!
Auguro a tutti di poter vivere un giorno un’esperienza simile, inaspettata ed emozionante e di lasciarsi travolgere!
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