Inserito da: whyzanzibar | Luglio 2, 2008

racconti di viaggio: Andrea, Laura, Luana – giugno 2008

ANDREA: Il tempo a Zanzibar

Il tempo è una parola che qui a Zanzibar ha un’accezione diversa rispetto a quello che normalmente siamo soliti attribuirgli.
Il tempo per i Mzanzibari (Zanzibarini) non è dettato dal ritmo delle cose da fare, le persone non si preoccupano, di quello che sarà il domani, ma vivono splendidamente del qui e ora.
Il ritmo biologico delle persone si armonizza e si fonde con quello dettato della natura.
Si dorme con il buio e ci si sveglia con il sole, o con il gallo delle 5 come è capitato per tutto il periodo.
Niente è più vero di quella frase che da qualche parte ho letto e recita pressa poco così: ‘Dio ha consegnato l’orologio all’uomo occidentale e il tempo all’uomo Africano’.
E’ esattamente così, noi abbiamo una gabbia dorata, loro hanno il tempo.
Non che la vita qui sia più semplice tutt’altro, ma è l’approccio all’esenziale che fa la differenza.
Qui i bambini hanno il tempo di vivere l’infanzia.
Un’infanzia fatta di giochi che durano tutto il giorno.
Non si vedono genitori stressati che rincorrono i proprio figli proibendo e proiettando su di loro i proprio disagi e le proprie frustazioni.
I bambini sono lasciati liberi di uscire a giocare senza la supervisione dei grandi.
Lo spazio e il tempo sono veramente a misura di bambino.
Li vedi giocare con quello che trovano per strada: gomme di bicicletta, barattoli di latta, noci di cocco, ecc. dimostrando sempre una grande fantasia ed immaginazione.
I bambini di Jambiani hanno la possibilità di riempire il proprio tempo pienamente con il gioco.
Loro stessi a volte si trasformano in giocattoli ed hanno usato spesso noi Wazungo (bianchi) come se fossimo attrezzi ginnici, diventando cosi il loro passatempo preferito.
Il tempo che ho trascorso qui a Zanzibar, e mi riferisco a quel tempo che abitualmente siamo soliti a misurare con l’orologio, si è compresso e condensato al suo interno in una serie infinita di emozioni.
Tutto questo è stato possibile soprattutto per merito dei miei compagni di viaggio: le splendide Laura e Luana, l’efficientissimo Daniele e la tosta Cristina.
Con loro abbiamo realizzato dei disegni in chiave didattica sui muri del nuovo asilo di Ungujia, con un risultato che è andato oltre le nostre aspettative.
Un tempo intenso di emozioni lo abbiamo poi assaporato quando da pittori ci siamo trasformati in aiuto maestri e abbiamo partecipato all’attività didattica tenuta in diverse scuole.
Il più grande ringraziamento va naturalmente a WHY che ha creato la condizione per poter dare al tempo un senso cosi pieno e profondo.
Andrea Bertini

LUANA: i bambini di Jambiani lo sanno

I bambini di Jambiani mi hanno spiegato molte cose, anche se ‘ mimi najua kiswahili kidogo sana’ (Io conosco lo Swahili molto poco) loro sanno come fare.
Mi hanno spiegato che c’è bisogno di poco per sorridere, anzi che meno hai e più si trovano motivi per farlo.
Che non bisogna perdere tempo in cose inutili come litigare, tenere il muso o piangere per sciocchezze.
Che niente è di nessuno e solo così si può essere veramente ricchi.
Che se hai voglia di imparare basta un po’ di sabbia su cui scrivere con un bastoncino, che se hai voglia di giocare basta la ruota rotta di una bici da inseguire, un calzino con dentro sabbia da lanciare, mettersi in cerchio e urlare ‘giro giro tondo’ alla luce della luna.
Mi hanno spiegato che se uno è più debole deve essere preso per mano più forte e tenuto vicino a tutti gli altri.

Che non è importante possedere cose perchè solo ciò che dai è tuo per sempre.

Asante sana!

Laura Pelizzola

LUANA: KARIBU

Il sorriso dei bambini di Jamniani è lo specchio della personalità del luogo…genuina incoscienza e buon umore.
Non so se è giusto parlare di personalità dopo solo venti giorni qui, ma sono davvero tanti i piccoli grandi gesti che mi hanno colpito e pensando a Jambiani mi vengono in mente le parole accoglienza e solidarietà.
Se non trovi posto sul Daladala qualcuno di sicuro si stringerà oppure ti lascerà il suo continuando il viaggio appeso alla pensilina posteriore.
Fasihi, il bambino cieco dell’asilo di Mwenawima, non ha bisogno di un adulto, a scuola ci sono sempre i suoi compagni ad aiutarlo e accoglierlo in ogni gioco.
Nel paese dove un saluto dura dieci minuti le riunioni del villaggio non iniziano se non sono tutti presenti.
Ecco, qui ho vissuto sempre la sensazione di essere attesa… il karibu(benvenuto) dei bambini è sempre una festa e quello dei grandi è puro calore e non formalità.
E poi c’è la parola ‘Pole’ che non è un semplice ‘mi dispiace’ generico che si può adattare a tutte le situazioni; ‘Pole’ è ‘mi dispiace per il tuo dolore’… in un’unica parola un riconoscimento così grande.
Se a casa mi chiederanno quanti abitanti ha Jambiani, la mia risposta sarà che a Jambiani vive solo un’unica famiglia e vive serena in un clima di fiducia reciproca e sicurezza.
Lascio questo posto con la tristezza nel cuore.
Volevo venire per essere il più possibile utile agli altri e parto con la consapevolezza di aver imparato davvero tanto da loro.
La più grande ricchezza è il karibu nella semplicità di un sorriso immenso e profondo come il mare di Jambiani.
Ed ogni istante di queste rare bellezze, ad ogni sorriso di gente e respiro di sole penso che ne sia valsa la pena di percorrere un così lungo viaggio.
Viaggio che è stato possibile solo grazie a WHY… e per questo un GRAZIE speciale a Nicolò e Manuela, a Daniele, a Cristina, a Juma e naturalmente anche a Laura e Andrea preziosi compagni di camino.
Luana De Stasio



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