Inserito da: whyzanzibar | Settembre 19, 2008

nei nostri occhi…

Quando sono arrivati, mi sono appoggiato al muretto per osservare chi erano e dove andavano ad abitare. Sono smontati dal pulmino, uno dopo l’altro, non so nemmeno dire quanti fossero, ma mi sembrava che non finissero mai. E poi… avevano un altro pulmino, dietro di loro, per le loro borse! Erano grandi, piccole, colorate. Le hanno scaricate e ciascuno ne ha prese due o tre, sembravano molto pesanti. Forse avevano intenzione di fermarsi per molto tempo… Ho pensato che dovevano essere piene di cose interessanti e in effetti quando, qualche giorno dopo, sono venuti a trovarci a scuola, hanno portato degli oggetti divertenti con cui abbiamo giocato.
Ma prima sono successe altre cose. In verità non so se sono successe prima o dopo, ma sono successe.
Si sono sistemati nella casa del papà di Haji, quella con tante stanze e tanti bagni, in fondo al villaggio. È una casa bella perché ha anche un giardino dietro. Il giardino! Che divertimento stare ad ascoltarli parlare e parlare per ore seduti in giardino. Alle volte sembravano addirittura arrabbiati, ma poi c’era sempre qualcuno che scoppiava a ridere e tutti tornavano sereni. Non so di cosa parlassero, forse stavano organizzando le loro giornate… Un pomeriggio li ho sentiti nominare Charawe, l’asilo nella sciamba, e hanno smesso di discutere solo quando era già notte. Manu era preoccupata e continuava a battere con un bastone per terra: non so se volesse picchiarli tutti o se era solo un modo per tenere lontano quel serpentello verde che ogni tanto gira sull’albero del giardino. Per fortuna poi si sono accorti che era ora di cena e sono entrati in casa!
Manu e Nico venivano spesso a trovarli, soprattutto all’inizio, per aiutarli anche perché non sembravano molto abituati a vivere qui da noi e non capivano bene dove prendere l’acqua, dove acquistare il cibo, dove buttare via l’immondizia (quanta ne facevano!). Per fortuna c’erano sempre con loro Baniele e Cesco. Loro sì che hanno capito, anche se sono bianchi. Sono come Nico e Manu. Loro sanno parlare la nostra lingua, sanno dove fare la spesa, sanno dove andare a prendere il pane e sanno anche quando è il momento più giusto per fare il bagno nel mare. Loro sono qui da tanto tempo e spero che ci rimangano ancora per tanto. Sono divertenti e anche la mamma mi lascia sempre stare con loro, si fida, sono come noi. Loro non hanno bisogno delle scarpe, sanno camminare scalzi, anche se a volte li si vede con certi tagli fra le dita o con qualche vermetto che si sono presi a camminare in mezzo alla sabbia. Per fortuna la mamma sa come curarli!
Anche gli altri, quelli della casa di Haji, piano piano hanno imparato le cose ed era sempre più bello fermarsi a casa loro perché, insieme a tanti altri bambini, potevamo disegnare, giocare con la palla, mangiare qualche mandasi. Spesso poi loro venivano all’asilo e ci facevano giocare. Una era il capo, si chiamava Sara, era grande e bravissima. Quando parlava lei, anche se parlava una lingua strana, tutti riuscivamo a capirla perché ci faceva vedere con le mani, con le gambe, con le braccia cosa dovevamo fare. Abbiamo giocato con le kiwuli, le ombre, abbiamo scoperto che, se ti avvicini alla luce, la tua ombra diventa più grande e tu sembri un gigante. Anche le nostre maestre e il nostro maestro hanno giocato con noi, abbiamo fatto tanti cartelloni, ci siamo travestiti con mille oggetti strani. Mentre una parte della classe lavorava con le ombre nelle aule, l’altra parte era in spiaggia con alcuni di loro a fare staffette, corse nei sacchi, giochi bendati e con la palla e tante altre attività. Era proprio divertente! Una volta ci hanno bendati e ci hanno fatto assaggiare delle cose e noi dovevamo indovinare cosa fossero. A me è capitato prima il pepe e ci ho messo un po’ a capire cosa fosse perché era proprio pizzicante, ma poi per fortuna mi sono gustato un sorso di soda (che ho riconosciuta subito!). I bianchi giocavano con noi, ci spiegavano le cose come riuscivano e piano piano hanno anche imparato qualche parola: duara, ta kitako, mistari, rudi niuma…
Un pomeriggio si sono messi, solo loro, in spiaggia. Sara diceva delle cose e ogni volta loro facevano dei gesti strani, saltavano, urlavano, ridevano o piangevano. Noi, insieme a tanta altra gente del villaggio, ci siamo fermati a guardare e ci siamo divertiti un mondo perché erano come dei bambini che non si vergognavano di nulla. Anche loro sembravano divertirsi e si sentiva che si volevano bene perché nessuno cercava di rovinare il gioco dell’altro. Alcuni di quei giochi e di quei gesti, li abbiamo fatti anche noi a scuola, come quello di far finta di essere su una macchina per guidarla e salutare quelli che passavano sulla strada.
Un’altra volta sono andati a vedere le signore che coltivano le alghe quando c’è la bassa marea. A me piace vedere i colori dei kanga delle donne che si muovono nell’azzurro dell’acqua e anche se so, me lo hanno detto, che è un lavoro molto faticoso (devono stare piegate o sedute nell’acqua per ore a annodare le alghe ai fili per non farle scivolare via con l’arrivo dell’alta marea), le donne lo fanno con tranquillità e precisione e qualcuna ogni tanto canta. I bianchi hanno fatto domande, hanno guardato, hanno ascoltato, ma soprattutto hanno fatto fotografie.
Mi domando come facciano a starci tutte quelle foto in una macchina così piccola e soprattutto mi chiedo cosa se ne facciano. Volevo dirgli che noi, le donne, il villaggio, il mare siamo sempre lì, che non serve portarci via dentro un’immagine e che è più bello guardare le cose dal vero che attraverso il piccolo buco della macchina fotografica. Ma ho visto che un po’ a tutti piaceva e allora non ho detto nulla. Ognuno è fatto a suo modo.
Poi siamo andati a fare visita alle donne che lavorano i fili di cocco e alcune delle signore bianche hanno provato a vedere se riuscivano a intrecciarli, ma non erano capaci. Ho provato anch’io e, devo dire la verità, ci sono riuscito al primo colpo! Certo non mi serve a molto perché è un lavoro delle donne, però magari potrò farmi una corda con cui salire sulle palme per raccogliere il cocco.
Una serata divertentissima è stata quando hanno fatto una festa per Baniele che doveva tornare dalla sua mamma. Ci siamo trovati in tanti, abbiamo mangiato riso, chapati, pesce alla griglia, chipsi e poi c’era soda per tutti, anche per i bambini. I bianchi hanno fatto dei giochi, delle scenette e delle canzoni, tutto per Baniele. Gli hanno fatto anche un regalo, un dipinto delle giraffe. Si vede che gli vogliono bene e anch’io gliene voglio. Mi spiace che sia andato via, ma penso che avesse nostalgia della sua mamma o di una sua amica. Anche a lui però è spiaciuto andare via dal villaggio. Secondo me avrebbe potuto portare qui anche la sua mamma e la sua amica. Si sarebbero trovate bene. Se sono amiche sue, sono anche amiche nostre.
Qualche volta i bianchi partivano la mattina e tornavano alla sera. Andavano a vedere altri posti della nostra isola. Dicevano che è bellissima, che è un paradiso. Non so bene cosa sia il paradiso, ma se è come la nostra isola, penso che ci voglio andare anch’io.
La cosa che mi ha stupito di più di tutto nel tempo che sono rimasti qui è stato uno degli ultimi giorni. Sono andati con Sara in un’aula del mio asilo e hanno cominciato a fare i loro giochi-esercizi. Mi sono nascosto in un angolo del giardino e li ho guardati. Mentre ascoltavano musica, disegnavano, si muovevano e pensavano. Forse pensavano a cose tristi perché qualcuno aveva anche gli occhi pieni di lacrime. Ad un certo punto sono usciti dall’aula, ognuno per conto proprio e si sono messi ad osservare in silenzio il villaggio, le palme, il mare, la strada, la spiaggia. Secondo me sapevano che poco dopo sarebbero dovuti partire e volevano portarsi negli occhi tutti i colori di Jambiani. Forse non avevano voglia di andare via. Mi domando perché non hanno potuto fermarsi. Forse è più bello dove vivono loro? Ma allora perché erano tristi quando sono partiti? Forse c’è qualcuno o qualcosa che decide per loro? O forse stanno cercando un altro villaggio in cui fermarsi e cominciare ad essere felici? Magari anche a casa loro… Comunque se vogliono tornare il mare, la spiaggia, il vento e noi siamo qui. E pure i mandasi…che sono buoni anche senza nutella!

il pezzo e’ di Claudia, la foto di Cristina


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