Inserito da: whyzanzibar | Settembre 6, 2009

il mio viaggio

Sono partita per Zanzibar piena di emozione, nella valigia i 20 chilogrammi di bagaglio consentito, i miei 51 anni, e tutto il mio sano egoismo. Sono partita soprattutto col desiderio di fare una bella esperienza, di vedere luoghi e conoscere persone lontane, culture, situazioni diverse e di farlo da protagonista, non da spettatore.
Man mano che si avvicinava la data della partenza cresceva in me il desiderio di saperne di più, per organizzarmi, per poter fare qualcosa di utile e sensato. Le riunioni preparatorie qui in sede però non rispondevano a tutte le domande, questo anche a detta dei miei compagni di viaggio. Siamo perciò partiti senza sapere esattamente che cosa andavamo a fare. Qualcuno ha usato il termine sorpresa, qualcuno avventura. Di fatto la partenza è stata proprio eccitante.
L’incontro con Zanzibar anche.
Io avrei voluto capire tutto e subito. Avrei voluto che il mio lavoro fosse organizzato e progettato al meglio per portare un contributo costruttivo, duraturo, importante. Avrei voluto avere con me tutto quello che mi serviva, avrei voluto poter comunicare con le persone nella loro lingua, avrei voluto fare il massimo!
Invece ho dovuto rassegnarmi all’idea di incontrare quel coriandolo d’Africa in un altro modo. Il modo proposto da Why.
Prima ho visto l’oceano e poi ho cominciato ad abitare la stupenda casa che l’associazione ci ha messo a disposizione. Mentre il mio raziocinante essere “maestra” continuava a scalpitare, il mio inconsapevole essere qualcos’altro, ha cominciato a vivere, a pulsare, ad ascoltare e a volersi dare dei tempi.
E’ cominciata così la possibilità di incontrare dapprima le mie compagne di viaggio (tutte donne nel caso del gruppo di luglio), poi quella di conoscere Francesco che sta lì, tra le nostre teste dure e l’Africa, con il compito incredibile di mettere in contatto le une con l’altra… ed infine la possibilità di lavorare con bambini e maestre color cioccolata.
Qui sono entrati in gioco Manuela, Nicolò e Juma, qui sono cominciate le riunioni, le progettazioni, il lavoro negli asili.
Le aspettative di ognuno hanno dovuto fare i conti con quelle degli altri, il desiderio di aiutare ha dovuto fare i conti con la difficoltà di lavorare insieme, l’ansia da prestazione ha fatto i conti con  il ritmo di quel mondo, di quel luogo.
Non ci vuole molto a capire che su un terreno così  possano nascere incomprensioni, irritazioni, delusioni. Ma con un po’di immaginazione si riesce anche a comprendere che in una situazione così si può fare una capriola e trasformare tutto. Tania, “la piccola” del nostro gruppo, 17 anni ha detto: io ho preso tutto come veniva e sono stata molto contenta..
Io, un po’ più coriacea e consolidata, ho provato a mettermi a disposizione, ho lasciato che le cose fossero come dovevano essere mettendo tutta la disponibilità possibile, tirando indietro tutte le mie rappresentazioni precedenti. L’ho detto anche alla riunione, qualcuno forse se lo ricorda, il mio motto è quello della partigiana Agnese che di fronte agli eventi di cui fu protagonista disse semplicemente: Quel che c’è da fare si fa!!
Mi sono così lasciata andare ad ascoltare, guardare, andare incontro a quello che veniva dalla realtà di Jambiani. Piano piano, la mia frustrazione per non essere arrivata lì organizzata, preparata, ha lasciato il posto ad una calda gratitudine per quello che mi si stava permettendo di fare. Un’esperienza, viva, vera, non costruita.
Il mio sano egoismo ha cominciato a gustarsi ancor di più la bellezza del luogo, il sapore dei cibi, le chiacchiere coi compagni di casa,  la compagnia di Francesco,  le conversazioni con Manuela, il lavoro con le maestre, i saluti sulla spiaggia, i sorrisi della gente, le maree, la luna.
Inoltre crescevano in me come alghe colorate moltissime domande. E mi veniva in mente uno dei più cari maestri che ho avuto nella vita. Lui diceva: Se tornate a casa con domande io ho fatto bene il mio lavoro!”
Accanto alle domande crescono quasi sempre anche i propositi, spesso buoni.
Forse per noi, per la nostra forma mentis attuale, la cosa più difficile è proprio lasciare che le cose siano, che i fatti parlino, provare a fare silenzio e ascoltare per sentire cosa ci dicono. E’ difficile perché in realtà siamo quasi tutti sicuri di sapere molto, talvolta siamo anche convinti che gli altri sappiano invece ben poco…
Ecco che alla luce di questi pensieri, tre settimane a Zanzibar con Why assumono un significato diverso. Come spesso accade quel che noi vogliamo provare a fare per gli altri, diventa magicamente qualcosa che fa bene a noi, ci fa crescere come esseri umani. Se impariamo a gustarci l’esperienza senza lasciare nulla nel piatto, scopriamo che la cosa più importante è imparare a lavorare con gli altri, scopriamo che senza gli altri non possiamo fare quasi niente e quel poco che ci riesce perde buona parte del suo senso.
Si sente spesso la domanda: che cosa ha cambiato di te una tale esperienza?
Io posso solo rispondere che ha cambiato me. Ma io sono tutta intera, ora sono diversa. Forse i miei pensieri prenderanno sentieri nuovi, può darsi che il mio cuore sia un po’ più aperto,  probabilmente più grande e più pieno, ma io sono sempre io. Prima ero una che non conosceva Jambiani,  non aveva mai fatto un girotondo con cento bambini a Kikadini, non aveva mai bevuto il tè a casa con le maestre, non aveva mai visto l’azzurro del mare di notte… ora invece…
Voglio citare ancora quel maestro che parlava delle domande: lui diceva spesso una frase che per me, insieme a quella della partigiana Agnese, è diventata un caposaldo: Quello che dovremmo fare non è tanto studiare per acquisire conoscenze, ma lavorare insieme per sviluppare nuove facoltà.

Concludo dicendo che non riesco a concludere… Sento veramente il bisogno che sia la vita da qui in avanti a dire che cosa ha voluto dire stare a Jambiani, conoscere le persone che ci lavorano e il modo in cui lo fanno. Custodirò le mie domande, senza farmi prendere dall’ansia di trovare le risposte.
Con un’unica, nuova certezza: le mie compagne di viaggio ed io siamo diverse adesso, e questo servirà al mondo intero.

Carmen

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Risposte

  1. Carissimi Nico, Francesco, e Manu (+ figli)

    spero che nel frattempo vi siano capitate delle buone cose e, insieme ad Antonio, volevo ringraziarvi per l’ospitalità ed il tempo a noi dedicato. E questo potrebbe essere un qualsiasi bigliettino di ringraziamento, una forma educata dopo una qualsiasi visita ad amici. Ma non è così.
    Cioè non è solo questo.
    Venendo a Jambiani pensavo che non sarebbe stato un viaggio di piacere, il nostro comune e caro amico Franco Vagelli, ci aveva informati più o meno. Questo viaggio mi è sembrato una fuga dalla realtà, perché una fuga ti costringe ad affrontare una quotidianità diversa, un nuovo ambiente, un’altra società e tutto ciò sollecita nuovi sentimenti dentro di te.
    Ho visto gli occhi. Tutti gli esseri umani hanno gli occhi, ma a Jambiani ho visto per la prima volta gli occhi: luminosi, brillanti, imploranti, di questi stupendi bambini a cui silenziosamente chiedevo perdono. Perdono di appartenere ad un mondo opulento e iniquo e delle cui comodità e agiatezze, inconsciamente, già ne sentivo la mancanza.
    Ho sentito gli odori. Forse non ci crederete, ma ho ancora tutti gli odori nelle nari, e abiti lavati che ancora mi danno la sensazione di essere là con voi. Difatti si dice che la memoria degli odori è quella più tenace.
    Le visite alle scuole mi hanno da un lato emozionata e da un altro depressa. A questo proposito devo fare un elogio a Luciano (il fotografo) a cui ho espresso il mio sconforto. Lui è una persona particolare, parlava emanando una serenità interiore che se avesse iniziato a lievitare non mi sarei meravigliata, tra l’altro ha anche il fisico dell’asceta, e con molto garbo mi ha detto che qualsiasi azione, per quanto piccola non è mai inutile. Sembra una banalità ma non lo è.
    La festa di sabato 17 ottobre, è stato un successo straordinario. (Devo confessare le mie perplessità di venerdì sera sull’ampiezza del programma). Ho ancora negli occhi quella moltitudine di colori, le bandierine, l’incedere delle maestre, coloratissime anche loro. Ma ve l’immaginate dei bambini occidentali che restano sotto il sole dalla 8 del mattino alle 17 ? Quegli abitini coloratissimi e splendidi delle bambine che cantavano sono un quadro difficile da dimenticare. E per tutto ciò, bisogna fare un plauso a Manu (ma perché questo diminutivo), ecco il punto cara Manu, tu ci credi e vai avanti come un panzer, e chi ti ferma?!?!?!
    Sento che mi sto perdendo. Devo ringraziarvi per tutte le emozioni provate e per avere trascorso del tempo insieme a voi tutti che siete persone speciali. Devo ringraziarvi per questa vita che avete scelto tutta protesa al servizio di altri nostri simili più sfortunati. Osservo con una punta di invidia e con tanta ammirazione la vostra generosità e la vostra abnegazione. Bravi ragazzi siete forti e io vi amo. Credo di esprimere, oltre ai sentimenti di mio marito, anche quelli di Peppe Dicerbo, ottimo e simpaticissimo compagno di viaggio.

    Oggi che sono qui nel mio mondo mi accorgo che la mia è un’esistenza passiva e non mi sento di promettere alcunché per migliorare. Potrei con un pizzico di ipocrisia dire che non sono più giovane, ma la verità è che la qualità delle persone fa la differenza. Di una cosa sono sicura, e non so il perchè in quanto non ho alcun piano per la testa, ma sento che il nostro rapporto non si interrompe qui

    Un saluto affettuoso a tutti

    Carmen (Napoli)
    ottobre 2009


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